RACCONTI E STORIE DI LAPIO Stampa

 

 

DONNE ONORATE E PROSTITUTE NELLA LAPIO DEL SETTECENTO

Nel 1756 la povera Fortuna di Rosa, di Lapio, fu coinvolta in un processo di cui non conosciamo l’esito. Non sappiamo nemmeno se fosse testimone o parte in causa: probabilmente, l’atto pubblico che presentiamo doveva servire per renderne nulle le dichiarazioni o le pretese (nel caso si fosse presentata come testimone o parte lesa) oppure ad aggravarne la posizione giudiziaria (se invece era imputata). La prima testimonianza fu resa da una tale Vittoria Bruno, moglie di Aniello Galluccio, che abitava nel luogo detto “la teglia”. Poiché abitava nei pressi della casa di Fortunata ed aveva avuto modo di studiarne le abitudini, si soffermò sul suo stile di vita non senza esprimere un netto e duro giudizio morale:la donna disse,viveva “scandalosa di costumi e l’ha molto scandalizzata”.Non trascurò i dettagli,descritti con un certo compiacimento inquisitorio:”di modo che-aggiunse-da diversi anni la suddetta Fortunata ha usato ed usa copula carnale con diverse persone cittadine e forestiere”. Di quattro suoi compaesani,affezionati clienti di Fortunata, fece anche i nomi:uno di questi era pure “Magnifico”,ciò ricco ed importante socialmente. Tra i forestieri si erano fatti notare per assiduità un “soldato di Montefuscoli”ed un commerciante ambulante di filo. La testimone era sicura di quanto diceva:tutte le persone nominate le aveva viste”diverse volte con la medesima nella casa di Fortunata”ed anche nel”pagliaro poco distante dalla terra”. Ma non si fermò a questo:offrì altre e sempre più circostanziate notizie, facendo riferimento alle numerose confidenze ricevute proprio dalla prostituta. Sappiamo,così,che Fortunata una volta si era lamentata perché proprio il “Magnifico Antonino” l’aveva tenuta tre ora sotto,pagando un miserissimo compenso:appena “dodici grana ed un rotolo di carne”. Anche il soldato di Montefusco si era rivelato un cliente avaro,al punto tale da minacciarlo di non concedersi se non gli avesse corrisposto “almeno carlini quattro”,visto che lei era sicuramente meglio di una zita. Dietro l’orgoglio c’era la fame:quei carlini le servivano per comprare un “tomolo di grano d’India”,cioè per garantirsi la sopravvivenza per qualche giorno. Alla fine, l’accordo fu raggiunto:il mattino successivo la donna “andò in una stalla del signor Principe” (dove alloggiava l’uomo)e, secondo la testimone, sicuramente vi “fu copula”(incontrandola poco dopo il soldato le aveva confidato di essere stato con Fortunata”e l’aveva dato carlini quattro e mezzo,che tanto aveva voluto”).Vittoria ricordò che non tutti i clienti della prostituta amavano vantare le vicende erotiche condivise con Fortunata come invece avevano fatto il soldato di Montefusco, il “Magnificio Antonino” e pochi altri ancora. Di sicuro, quelli che preferivano il silenzio erano la maggioranza:molte persone, infatti,”quantunque non se ne siano vantate,tuttavia perché allo spesso sono state a soli ritirate in casa certamente hanno avuto copula”. Infine,come era inevitabile,il tutto si era risolto con un generale contagio di sifilide,allora chiamata anche “Mal Francese” e, in termine dialettale “Scarfatura”:furono proprio i più affezionati clienti a dichiarare di essere stati infettati da Fortunata. Dello stesso tono fu anche la testimonianza del marito di Vittoria:”le soprascritte persone di continuo sono andate e vanno dalla detta Fortunata e se la discorrono da soli a soli racchiusi e la medesima Fortunata…da circa mesi sette indietro voleva un rimedio per la scarfatura,asserendoli essere stata imbrattata del Male Francese”. Un’ultima testimonianza fu proferita da Crescenzo Mozzarella e Giovanni Caprio. Affermarono che un loro amico s’era vantato più volte di essere stato con Fortunata “copulando carnalmente nel scorso anno”. Come altri,l’aveva pagata in natura:”l’aveva date molte ricotte per questa causa”. La sorte di Fortunata,cioè l’essere additata alla pubblica condanna e derisione per la propria condotta di vita era allora molto frequente. E non c’erano giustificazioni sociali per potessero attenuare il giudizio. Citiamo due episodi,accaduti nella vicina Montefalcione nel 1708:il quattro maggio vari cittadini dissero che “per pubblica voce e fama che Angela sia donna di malaffare e male nominata”e come lei lo erano anche la “madre Isabella e la sorella cugina Diana”. Queste pubbliche dichiarazioni spesso non erano fini a se stesso:in questo caso,servì a diffamare un tal Pietro, che aveva “fatti molti negotj “con queste donne. Ancora più eloquente fu un altro atto pubblico del settembre successivo,che metteva sotto accusa l’atripaldese Chiara di Geronimo. La donna, giunta in paese anni prima,”gravida e senza avere legittimo marito, fu presa carcerata dalla Corte di detta terra…e dopo essere figliata e partorita allattò un figliuolo di Pietro Baldassarre”. La parte conclusiva dell’atto,molto dura perché marchiava definitivamente l’esistenza della povera donna,riproponeva la solita condanna:”Stante le cose accadute et affatto vedute (i testimoni)dicono esattamente che la detta Chiara sia donna di male affare

Professore Fiorenzo Iannino

 

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