Attorno al 1504 l'Università di Lapio ( l'amministrazione comunale del tempo) donò ai Frati Minori
Conventuali un fertile terreno situato nella contrada “Monte alias li Marmori” secondo padre Bove, eminente storico dell'ordine, risale a quest'atto la fondazione del Convento di Santa Maria degli Angeli. Oggi ci resta ben poco dell'antico complesso monastico, citato anche da Scipione Bellabona
(L'Apia, vicino al Monastero di S. Maria dell'Angioli): le superstiti e malandate rovine ci restituiscono appena l'idea della storia e dell'importanza che esso ebbe nelle vicende religiose ma anche sociali ed economiche di Lapio e dei centri circostanti.
L'ascendente religioso
i l Convento fu centro di carità francescana ed esercitò un forte ascendente sui lapiani di ogni ceto e categoria sociale. Non a caso, la presenza dei frati era frequentemente richiesta nei funerali e particolarmente gradita nei momenti di festa.
Nel giorno di Natale i frati “dispensavano torrone allo popolo”mentre “nel giorno dell'apparizione di San Michele Arcangelo a di otto maggio di ogni anno” ospitavano la confraternita del Santissimo (e, credo, anche dell'altra di Santa Maria della Neve). Inoltre, quando i “Padri di San Francesco vengono alle funzioni ( delle confraternite) è di solito darseli la pietanza di carne o altro che ha parso al mastro”. Molte delle devozioni diffuse dal Convento sopravvivono ancora oggi: in particolare, vanno ricordati il culto di San Michele e, sopratutto, quello di Sant'Antonio da Padova, tuttora il santo più onorato dai lapiani. Anche il patrimonio artistico, disperso e depredato dopo la soppressione, era cospicuo e di buona qualità: le opere superstiti (statue, quadri,portali, ed altro ancora) sono in gran parte collocate nelle varie chiese del paese.
Nel 1594, secondo il testo di una lapide ritrovata pochi anni fa, nel convento si tenne un capitolo presieduto dal padre provinciale Matteo Piccolo.
RAPPORTO PRIVILEGIATO CON I BARONI
I Filangieri, baroni di Lapio, mostrarono una particolare predilezione per il monastero, nella cui chiesa furono sepolti alcuni membri della famiglia (sicuramente Pompeo nel 1630 e Niccolò nel 1682, ma anche la nobile parente Dianora Caracciolo, morta nel loro palazzo nel 1696).
Il 9 settembre del 1576 Pompeo Filangieri (fratello del barone Scipione 1°) nominato “economo” del convento, sottoscrisse insieme a fra GiovanBattista un importante documento in virtù del quale il generale dei Domenicani assegnava ai frati di Lapio la facoltà di disporre delle indulgenze del Rosario. Si fondò così, nella chiesa del convento, l'omonima cappella-confraternita sbito divenuta oggetto di grande devozione popolare ( su 75 testamenti reperiti per il periodo 1581/ 93, ben 37 contengono donazioni di varia entità alla cappella, mentre in 6 casi si dispone della sepoltura nella stessa). Lo stesso barone Scipione, unitamente al guardiano fra Melchionno de Melchionno e a fra Andrea de Melchionno, sottoscrisse nel1581 l'atto di commissione per la realizzazione dell'icona della Vergine.
Nel 1659 il barone Giuseppe Filangieri per disposizione testamentaria della moglie Ippolita Carafa (morta l'11/05/1659), assegno al guardiano Mauro di Sangermano una dote di 98 ducati per la fondazione di una nuova cappella, da intitolare all'Immacolata Concezione, e due terreni per sua personale devozione.
LA POTENZA ECONOMICA
I frati ebbero un ruolo importante pure nella vita economica del paese.
Infatti, le continue donazioni susseguitesi fino alla metà del 700, permisero l'accumulazione di capitali e beni immobili, ubicati anche in paesi vicini ( Montefalcione, Luogosano, Paternopoli,Taurasi ).
Il loro patrimonio, stando ai dati del catasto onciario del 1747, fu secondo soltanto a quello dei Filangieri (che, anzi, furono debitori del convento stesso) e fu più volte difeso con liti giudiziarie.
Non mancarono nemmeno le dispute con il clero secolare. Si può ricordare, in proposito, la controversia promossa nel 1719 dall'arciprete don Carlo Paladino, che protestò energicamente per le procedure seguite dai frati nell'accompagnamento dei defunti sepolti in convento.
La crisi
Nella seconda metà del 700 cominciò la lunga fase di decadenza, culminata con la soppressione decretata il 7 agosto del 1809 dal re di Napoli Gioacchino Murat. I motivi della crisi furono molteplici, a cominciare dagli effetti del Concordato firmato nel 1741, che limitò i prerogative ed attività economiche dei regolari (furono vietate persino le donazioni testamentarie). Nel contempo, si consolidarono i privilegi del clero parrocchiale, costituitosi in ricettizia nel 1758 e fortemente sostenuto dalla locale borghesia che ne forniva i componenti (per statuto la ricettizia doveva essere composta da soli lapiani). Nel caso, i primi a rallegrarsi per la fina del convento furono proprio i “galantuomini” che, attraverso l'amministrazione del “decurionato” s'impadronirono delle migliori “proprietà” dei frati. I poveri contadini dovettero invece accontentarsi di quel che rimase (soprattutto materiale edilizio). La struttura del convento fu definitivamente abbandonate dopo essere stata utilizzata per alcuni decenni come cimitero provvisorio.