Le tavolate dei
Misteri. Riti e tradizioni
della Settimana
Santa a Lapio
del Giudice. Matteo Claudio Zarrella
Origine dei Misteri
Lapio è uno di quei paesi d'lrpinia che, rimanendosene
arroccato su un dorso di collina, sembra aver deciso da tempo di tenersi in
disparte dalla storia, da quella storia fatta dagli uomini, imprevedibile e
rischiosa. La sua gente, attaccata alla terra a cui si affidata quale fonte
sicura di sostentamento, ha finito per porre attenzione ad una storia diversa,
a quella storia primordiale e immutabile che segue il percorso ciclico della
natura, cangiante e ripetitiva, semovente nel perpetuo avvicendarsi delle
stagioni, del sole e della lui.2, del giorno e della notte. Per badare alla
terra ha dovuto guardare verso il cielo e trarne presagi, volgendo l'attesa in
preghiera. Nel fissare lo sguardo verso il cielo ha intuito la presenza
misteriosa di un Dio e ha pure preteso che Iddio non se ne stesse fermo lassù,
ozioso e trionfante sulle umane cose, svagante di luce celeste, invisibile. Lo
ha voluto misericordioso, capace di modellarsi ad immagine e somiglianza
dell'uomo e di scendere in terra. E per farlo restare ha eretto chiese belle e
grandiose come schegge di Paradiso.
Adunatasi in chiesa, ha cercato di porsi in comunicazione con Dio e s'è
incontrata con Cristo: con quel Cristo sofferente, paziente, inchiodato alla
croce, così vicino agli umili e agli oppressi da poterne ascoltare la voce in
preghiera eppure pronto ad ascendere al cielo, a quel cielo da Paradiso,
raffigurato e reso visibile nelle volte e nelle soffittature come una distesa
di luci e di colori da cui emergono santi, angeli e madonne in placida
adorazione e in gloriosa attesa di Lui. Nella frequentazione dei riti religiosi
ha preso abitudine a vivere in un tempo addomesticato, imbrigliato nel giro
dell'anno, misurato secondo le scansioni liturgiche della vita e della morte
di Cristo, quasi che il tempo dovesse per forza corrispondere alla durata del
dramma narrante la storia esemplare di Cristo.
Tentata per questo a credere di starsene a vivere nel tempo sacro dello
spirito e della memoria, in un tempo che procede in avanti e ritorna e nel suo
continuo girandolare pare sempre lo stesso, dando una impressione di Eterno.
Ha potuto assistere alle prime rappresentazioni sacre, fin da quando la
voce di un religioso, officiante dall'altare o predicante dal pulpito, ha
trovato una rispondenza di significato concreto nelle immagini dipinte e
affrescate del Cristo, della sua corte di santi e madonne e nelle loro
raffigurazioni statuarie.
Con quel commento di immagini l'è parso inconfutabile e chiaro un
qualsiasi discorso di prete. E quando s'è intromessa, in aggiunta alla
recitazione sacerdotale, al canto corale del popolo, una musica d'organo
grandiosa e sublime come la voce di un Dio, capace di far vibrare le immagini
sacre, la rappresentazione religiosa ha potuto toccare l'apice della
suggestione emotiva, quasi che sarebbe bastato appena un qualcosa di più per
far scoppiare il miracolo e far sì che le immagini sacre prendessero corpo,
scendessero in terra per ripristinare quell'epoca mitica in cui Cristo, con la
sua corte di santi, angeli e madonne, si era trovato ad abitarvi.
D'altronde è pervenuta certamente a Lapio, tramite l'influsso dei monaci
del convento di Santa Maria degli Angeli prima e della confraternita della
chiesa del Carmine poi, la predicazione di Francesco d'Assisi, magnificamente
istoriata dalla pittura di Giotto.
Per Francesco d'Assisi la vita di quaggiù per poter proseguire dopo la
morte, nell'Al di là eterno, quieto, illuminato dalla presenza di Dio, deve
svolgersi nella imitazione della vita di Cristo. Deve farsi
"spettacolo" d'ubbidienza di fronte alla volontà di Dio.
Per altro verso, l'eco della sequenza vittoriosa delle crociate è rimbalzata
fino a Lapio, entusiasmando il paese, convogliandolo nell'imitazione dei
luoghi santi dove s'era realizzato l'originale dramma della Passione di Cristo,
ispirando nella gente un desiderio diffuso di riprodurre quel dramma,
annualmente destinato a ripetersi.
Di qui, sotto la spinta di un forte istinto teatrale, la gente di Lapio
ha voluto che il dramma di Cristo si svolgesse pur oltre la soglia di una
chiesa.
Ecco allora che i Misteri della vita e della morte di Cristo hanno preso
forma, corpo e colore in grosse statue di cartapesta, lasciandosi decifrare,
senza eccessivo fraseggio di simbologia, per venire incontro ad una popolazione
semplice e concreta, portata, per credere, a vederci chiaro e toccare con
mano.
Gli artefici dei Misteri
Da dove vengono le
tavolate dei Misteri? Chi le ha create? E quando?
Si interrogano grumi di
polvere.
Il preside Cesare Carbone ha indagato tra gli archivi parrocchiali e nel suo libro Lapio, una terra, la sua storia, il suo costume edito nel 1979, è giunto ad una conclusione: le 22 tavolate,
comprendenti le 85 statue dei Misteri, risalgono alla seconda metà del 1700
"prima dell'anno di grazia 1777, anno
del Regio assenso di Ferdinando N che istituì le sorelle dell'Addolorata, la
cui statua fu fatta quando furono fatti i Misteri".
Tra le carte ha scoperto un conto di spesa "anteriore al
1765". La mano di un oscuro cassiere della confraternita della chiesa
della Madonna della Neve vi annotava: "Dato all'artefice ducati 195"
e accennava ad altre spese "per cascie, la paglia (...) la tela impeciata",
per il trasporto "che durò dieci giorni" e per "le
gabelle".
Immaginiamola questa compagnia di personaggi di cartapesta, imballati
dentro grosse "cascie", avvolti nella paglia, coperti di "tela
impeciata", in viaggio su una carovana di carri trainati da pazienti
cavalli attraversare le vie sterrate e acciottolate di allora, infrangendo il
silenzio di campi disabitati con lo stridente cigolio dei cerchioni.
Altra utile indicazione la troviamo in un puntiglioso Memorando, risalente
al terzo decennio del Novecento, stilato dai fratelli della congrega di Santa
Maria della Neve, in polemica con l'arciprete Cesare Carbone che aveva dichiarato
"interdetta la statua di M.SS. Addolorata nel caso che i fratelli della
suddetta Congrega con violenza asportino la suddetta statua dalla Chiesa
parrocchiale e la portino nella chiesa della Congrega già al termine di
costruzione". "Per dimostrare che (...) la statua dell'Addolorata è
di pertinenza della Congrega e non della Chiesa parrocchiale (...) espongono
quanto segue: la statua dell'Addolorata fu fatta oltre un secolo, quando furono
fatti i misteri rappresentanti la Passione di N.S.G. Cristo e da allora è
servita esclusivamente per la funzione di Venerdì Santo e per il settenario,
tutto ciò sempre a spese della Congrega. Il R. Assenso di Ferdinando IV del 7
gennaio 1777 dà facoltà alla suddetta Congrega di istituire le sorelle
dell'Addolorata e confermato da altro assenso per l'erezione della suddetta
Congrega."
La compagnia teatrale dei Misteri era venuta a Lapio, chiamata dalla
confraternita della chiesa della Madonna della Neve a recitarvi, ogni anno,
nella ricorrenza di Pasqua, il dramma della Passione di Cristo.
Venuta da dove?
"Dato all'artefice": Chi era l'artefice? La domanda ricorre
insistente. Quasi che quelle statue di cartapesta, che quelle impressionanti
personificazioni dei Misteri, così umane nelle forme, nelle sembianze, nelle
fattezze anatomiche, dovessero avere per forza una proge. nitura,
un'appartenenza "familiare" e una precisa data di nascita. Da un
antico documento, sottratto all'oblio da Fiorenzo Iannino, si ha conferma della
fattura napoletana dei Misteri e della loro "commovente funzione".
Il documento contiene la supplica rivolta nell'anno 1840 da Tommaso
Statuto, priore della congrega di Santa Maria Maggiore del Comune di Lapio,
all'intendente della Provincia del Principato Ulteriore per invocare una degna
collocazione e una definitiva sistemazione dei Misteri.
"Corrono già sei lustri", rammenta lo Statuto, "dacché
detta Congrega mossa da una viva devozione fece formare in Napoli in cartapesta
i simulacri della Passione di Gesù Cristo sì al vivo che fin da principio
richiamò in detto Comune il concorso del popolo da più lontani Comuni per
venerare sì bella e commovente funzione in ogni Venerdì Santo non potendo fare
ammeno di non disfarsi in lagrime per la tenerezza e per lo dolore nel mirare
tali divini Misteri. Sino a questo momento i medesimi si sono conservati in un
locale dei Signori Filangieri di Napoli, perché a essi loro superfluo; ma ora
che li è di bisogno, abitando la maggior parte dell'anno in detto Comune, non
gli ha più dove situarli; per lo che si è nel grado di perdere sì gran spesa, e
somma devozione". A tanto però si può benissimo rimediare e indica
"un casalino diruto", "attaccato alla Chiesa Madre"
funzionante "nei trasandati tempi per uso di ossario non senza nocumento
della pubblica salute" e "siccome lo stesso è del pubblico demanio,
inservibile, anzi d'incomodo al Comune, e deturpa tanto la pubblica Chiesa, che
la vasta e spaziosa Piazza colla quale confina, così il supplicante mosso da
pubblici voti prega il Suo ottimo e religioso cuore a permettere l'accomodo a
spese della suddetta Congrega, onde possa servire tanto per la conservazione di
detti Sacri Misteri, che per altro uso chiesastico".
La lettera del priore Statuto è come una finestra sul passato. Lascia immaginare i
nostri Misteri insediati nel castello medievale di Lapio, messi là ad abitarvi
e a concertare le parti, dando un "fitto" di "ducati 2" ai
Filangieri, contendendo a quei signori l'alloggio, per inserirsi poi, più
addentro, nella vita di borgo, trovando, grazie alla mediazione di Tommaso
Statuto, definitiva sistemazione nel casalino attaccato alla chiesa e alla
"vasta e spaziosa Piazza".
Lascia immaginare quanto succedeva una volta: l'uscita miracolosa delle
tavolate, ad una ad una, portate a spalla con l'ausilio delle forcine dai
devoti di Lapio, sotto le imponenti arcate del castello e l'incontro dei
fascinosi Misteri con un concorso di popolo, fremente nell'attesa, pronto a
"disfarsi" in lacrime di tenerezza e di dolore.
I Misteri provengono, dunque, da scuola napoletana. Una scuola d'arte
sacra, dove un odore acre di colla, di carta e di colori già faceva presentire
una ambientazione di chiesa e di sacrestia. Tanto diversa da quella scuola di
bottega che produceva pastori di presepe. Le botteghe dei pastori si trovavano
dentro le case e aperte sulla via. E i pastori ne uscivano come impressionati
da un tepore di focolare, da una movimentata vivacità di vicoli, somiglianti
ai tanti personaggi già visti e incontrati per via, zampognari, acquaioli,
osti, mercanti... ripresi in momento di fiduciosa speranza, di serena
quietudine, quasi che la nascita del bambinello Gesù fosse capitata proprio
là, tra quella gente, per corrispondere, ogni anno, alla voglia popolare di
rinascita, di ricominciare daccapo.
Tra tanta preponderante umanità potevano apparire sminuite, rimpicciolite
le figure sacre di Maria, di Giuseppe e del bambino Gesù, accantonate, nella
vastità del paesaggio, in un angolo di grotta.
Trassero ispirazione da questa scenografia di presepe
"talentuosi" commedianti per fare del Natale una occasione di
festante allegria e rappresentare teatralmente la vicenda della natività
immettendovi il gusto della risata sfrenata e chiassosa. Sicché nel canovaccio della Cantata dei
Pastori fecero irruzione personaggi
di strepitante comicità, emblematici come
maschere: Razzullo e Sarchiapone.
Questi personaggi così veri, preoccupati soltanto della loro miseria,
del loro bisogno di sopravvivenza, non avevano tempo e modo di accorgersi degli
eventi straordinari che succedevano attorno a loro. Nel tono esasperato della
commedia arretravano in secondo piano le figure di Maria, di Giuseppe e del
bambino Gesù. Apparivano imperturbabili nella loro caricaturale aureola di
santità, riducendosi a figure di sfondo, simili ad immagini incorporee,
dipinte sui muri. La stessa cosa non poteva accadere per una rappresentazione
spettacolare della Passione e morte di Cristo.
I simulacri dei Misteri
dovevano per forza di cose corrispondere alla drammatica gravità del tema.
Pur somiglianti ad
esseri umani finanche nelle dimensioni, se ne dovevano differenziare per la
solenne sacralità delle forme statuarie, per la severa rigidità dei ruoli.
Essi concorrevano, con gli attori di Lapio, nella rappresentazione del
sacro dramma della Passione, nella giornata del Venerdì Santo. Ma, rispetto
agli attori di Lapio, i simulacri dei Misteri si proponevano quale modelli da
prendere ad esempio onde preservare, in vista di qualsiasi trasposizione
teatrale, quel dramma da pericolosi travisamenti, da dissacranti scadimenti di
tono.
Ai Misteri spettava far da rigidi custodi di una speciale ortodossia, mixtum
compositum di tradizioni popolari e
di Sacre Scritture. Toccava ad essi
fissare definitivamente sulle loro tavolate le scene essenziali della Via
Crucis e contrastare ogni fuorviante "mania d'innovazione".
Sembra letto da uno di loro, con la voce imperiosa di un banditore di
altri tempi, l'avviso sacro che annunciava ogni anno il programma delle
spettacolari manifestazioni di Pasqua. Dal seguente avviso sacro del 1911
risentiamo questa eco di voce lontana: "La mania dell'innovazione,
l'affievolirsi delle credenze religiose, e più di tutto l'invadente scetticismo
moderno hanno fatto scomparire quasi tutte le manifestazioni di carattere
mistico che avevano un passato glorioso, ed oggi si è persino perduto il
ricordo di quelle spettacolose scene della Passione di Cristo, che tanto, nel
medio evo, deliziarono i nostri padri.
Ma Lapio, sempre gelosa custode delle avite tradizioni, cerca con tutti
i mezzi di mantenere viva la fede, e nel giorno Santo oltre le consuete
prediche e la processione di Gesù Morto, farà rappresentare sulle scene il Gran Dramma della Passione
di Gesù Cristo.
I forestieri, fedeli alla religione degli avi, vengano a vedere la Tragedia
del Golgota, e dall'ospitalità avuta
e dalla soddisfazione morale che ne
riporteranno, non se ne avranno a pentire".
La compagnia filodrammatica di Lapio era ben pronta a concertare
"recite a beneficio della Congrega di S. Maria della Neve". La confraternita
disponeva di quegli attori statuari così pieni di sacralità, ma dava modo pure
ai lapiani di calcare le scene e di servirsi dei meravigliosi scenari della
chiesa, resistendo, con una certa prudenza, ai rimbrotti della severa
gerarchia che, nell'anno 1846, dovette
far "visita" al clero di Lapio per imporre ad esso il divieto
"sotto pena di scomunica" acché nelle chiese "benché interdette
si facciano cose inconvenevoli, come concertar commedie e simili e qualunque
altra cosa disdicevole alla santità e alla maestà della Casa di Dio".
Trasse spunto dai Misteri, dalla loro ricorrente rappresentazione, il farmacista lapiano Domenico Carbone quando nel 1909
approntò, per l'occasione del Venerdì
Santo, all'interno della chiesa della Madonna della Neve, la messa in scena
del dramma La Passione di Cristo.
E ancor prima si parla di una
leggendaria traduzione teatrale del dramma Jesus scritto da un certo
Mottola nel 1781, con la partecipazione sulla scena delle statue dei Misteri a
far da commento corale alla recitazione degli attori.
Di sicuro il teatro a Lapio ha subito l'influenza dell'arte dei Misteri.
Ne ha ripreso la tecnica di recitazione caricandola di gestualità per meglio
evidenziare i caratteri tipici, le maschere dei personaggi. Sul versante
comico, la consuetudine dei lapiani con l'arte dei Misteri ha dato l'estro alla
creazione tutta lapiana dei "Mascheroni", di quei grossi testoni di
cartapesta indossati nelle sfilate di Carnevale, anche fuori del paese, in segno
di sberleffo e di satira nei confronti dei potenti del momento.
Una
chiesa straordinaria
La chiesa della Madonna della Neve, da quel bozzolo di cappella-oratorio
a servizio dei signori del castello, s'era accresciuta di importanza
costituendo, fin dal 1700, un forte propellente di civiltà e di cultura per
Lapio.
Ubicata tra la chiesa matrice e il castello dei Filangieri riuscì a
sottrarsi al prepotere di entrambi. Anzi, grazie alla intraprendenza della sua
confraternita, fece della religione una occasione di sviluppo
artistico-teatrale, dando modo a ciascuno di sublimare le proprie esperienze
intimamente sofferte e vissute, confrontandole con la storia esemplare della
Passione di Cristo, culminante nella scena grandiosa e commovente del pianto
della Madonna.
Lo stesso castello dei Filangieri si lasciò affascinare dalle iniziative
teatrali della confraternita della chiesa della Madonna della Neve. Si ammansì,
perdendo l'aspetto truce dell'antica roccaforte medievale, prestando i suoi
superbi salotti alla pratica delle recitazioni.
La chiesa della Madonna della Neve, con la sua confraternita, è stata
per Lapio un centro di cultura e di emancipazione dagli antichi legacci dei
poteri medievali, capace di mantenere i contatti anche con lapiani d'America
che, nei primi decenni del 1900 avevano formato a Boston una compagnia teatrale per
spettacoli religiosi. L'incasso diventava rimessa d'emigranti, spedito "a
beneficio della chiesa di Maria SS. della Neve a Lapio - Italia".
La storia
della Passione nella sequenza delle tavolate e nella rappresentazione teatrale
I Misteri recitano tra
la folla, facendo rivivere nel grande teatro di
Lapio il dramma della Passione di Cristo. ,
Recitano immobili,
irrigiditi nelle forme statuarie, siccome folgorati dalla sacralità delle
scene. E immobili rendono eterni i gravi momenti della Passione.
Il dramma di Carbone, messo in scena dalla compagnia degli Scacciagufi
e ripreso dalla compagnia Iannino, nel testo adattato del 1935 si svolgeva in
cinque atti ma si frammentava in quindici quadri che, nello stile delle
tavolate, servivano a fissare i momenti salienti della Passione per esporli
alla riflessione, alla preghiera e alla commozione degli spettatori.
I Misteri si mostrano con il loro sovraccarico di responsabilità, tenuti
a rispondere ad una sorte tremenda, ad essi assegnata dal volere di Dio.
Ciascun personaggio ruota attorno alla figura di Cristo ed è tenuto per questo
a farsi parte narrante della storia di Cristo. Non ha tempo né modo di parlare
si sé, obbligato ad interpretare una parte già scritta per lui. Nella
scenografia dei Misteri, Gesù pare egli stesso attore e regista del dramma.
Allo stesso modo, quasi a replicarne l'esempio, nelle parti del Cristo erano i
registi impresari Angelo Iannino e Michele Membrino.
I gesti ampi e solenni del Cristo sembrano fatti apposta per dar ordine
alle scene, guidare gli attori, stabilirne le pose.
Cristo, lo si immagina presente e pronto a suggerire le parti anche
quando non compare sulla tavolata, tenacemente impegnato acché il dramma
prosegua e riesca secondo la suprema volontà del Diopadre.
La gente, al passare dei Misteri, è coinvolta nel dramma. Non assiste
semplicemente agli eventi della Passione. Ne è partecipe. Sente la
contemporaneità di quegli eventi, schierata tutta dalla parte di Cristo pur
interpretando, inconsapevole, un'agitazione di popolo.
Nella versione resa dalla compagnia filodrammatica, soltanto allora,
standosene seduta, distante dal proscenio, distribuita con ordine nella fila
del palco sinistro, ha modo di seguire tutte le voci dei personaggi della
storia di Cristo, disposta a sentire attenta anche i monologhi disperati di
Giuda e di Pilato e di avvertirne commossa i fremiti di paura, di ansia, di
dolente rimorso.
L'arte
dei Misteri
I Misteri, considerati nello spirito originario di quelle antiche
esplosioni di fede, quando prendevano anima dalle intense emozioni di gente
incantata dalla loro stessa presenza, esprimono una essenza d'arte popolare. Di quell'arte schietta,
popolare in quanto riesce a condensare gli umori, i sentimenti di una
indifferenziata moltitudine, conformata al linguaggio sincero e
all'immaginativa della gente semplice che pretende chiarezza dalle cose,
lontana dai manierismi artificiosi che fanno smarrire alla croce il suo
significato vero di sacrificio, di sofferenza e di riscatto, fino a tramutarla
in oggetto d'oreficeria, di quell'arte che suscita e raccoglie emozioni di
molti e che, pur nella massima semplicità d'espressione, ambisce a porre la
gente a stretto contatto con vicende divine altrimenti inaccessibili e a farle
sentire la parola sublime di un Dio.
Quando la costumanza del teatro sacro degli attori di Lapio s'affievofi
fino a svanire, per effetto dell'invadente scetticismo moderno, ma soprattutto
per la brusca interruzione dell'ultima guerra, ecco, allora, sono rimasti
questi sacri Misteri di cartapesta a presidiare il campo delle "avite
tradizioni", ad assicurare il ritorno, l'eterno ritorno, delle
"spettacolose scene" della Passione di Cristo, tenendole con ostinata
tenacia ferme, fissate sulle tavolate.
Varianti spettacolari del dramma dei Misteri negli antichi riti
preparatori
Per antica tradizione ancor prima del Venerdì Santo a Lapio il dramma dei Misteri è anticipato da suggestive
rappresentazioni che fanno rivivere, nell'intimo della coscienza, la sacra
vicenda della Passione predisponendo gli animi a parteciparvi con una carica di
emozioni e di sentimenti. Nella giornata di mercoledì si "attaccano"
le campane. Il cielo si fa muto. Prima del tramonto, nella chiesa matrice si
recitano i Misteri.
È la funzione delle "tronate".
Un trespolo di candele accese, issato a triangolo, interrompe l'ottica
chiaroscurale dell'interno. L'incerto lampeggiare delle candele, nel fondo chiaroscurato
della chiesa, evoca una tensione di agonia, nel livido scenario del Golgota. Di
fronte a quel trespolo, una turba di ragazzi armati di "terre",
cassetta di legno con ruote dentate, che fatte girare contro una listella
emettono uno stridente rumore. Qualcuno nella penombra recita i Misteri e ne
rievoca le scene. Terminata una scena una candela viene incappucciata e spenta.
E così via.
Spenta l'ultima candela, esplodono le "tronate", con la
sfrenata furia dei "terre", a significare la collera della natura per
la morte del Cristo.
Di giovedì, dopo la funzione delle "tronate", si rappresenta
nello stesso scenario della chiesa matrice la cerimonia della lavanda dei piedi
e dell'ultima cena. Nella parte di Gesù, il sacerdote. Fanno da apostoli dodici
paesani prescelti tra i più bisognosi del caritatevole compenso, esposto su una
tavola, della pagnotta di pane e della bottiglia di vino.
A sera Gesù morto, irrigidito nella forma statuaria ma con il corpo
ancora contratto da uno spasmo di sofferenza, nudo e piagato, raccolto nel
sudario, dentro un feretro scoperto, vien fatto uscire dalla chiesa della
Madonna della Neve e portato nella chiesa di San Giuseppe.
Si forma d'incanto un mesto corteo.
Il feretro di Gesù passa scortato dalle pie donne con le braccia protese
fino a toccare i fiocchi della coltre mortuaria. Dietro, un assembramento di
gente devota. Il mesto corteo procede, piano, _eguendo un percorso più lungo e
tortuoso.
E una scena in movimento, capace di raccogliere sensazioni molteplici e
di riassumere, nella sintesi della memoria e della preghiera, le scene
principali del dramma di Cristo. Rievoca il momento della deposizione e della
sepoltura, quando il corpo straziato di Cristo viene schiodato dalla croce e
portato al sepolcro da pochi fedeli, al di fuori dallo sguardo incattivito
della folla, senza clamore, in un tepore placido di affetti e di pietà.
Rievoca il momento della cattura di Cristo nell'orto degli ulivi, quando
Cristo viene trascinato innanzi ai sommi sacerdoti, innanzi ad Erode e a
Pilato, per essere schernito, flagellato, crocifisso.
Quel mesto corteo rievoca e amplifica, con il suo peregrinare dimesso e
sconsolato, equivalente ad un discorso corale, lo sconforto di Cristo
crocifisso ("Dio mio perché mi hai abbandonato?"). Edespone al cielo
il corpo di Cristo morto, nudo e piagato, per manifestare lo spettacolo triste
della compassionevole condizione dell'uomo, chiamato a sottostare
"paziente" al volere inesorabile dell'Onnipotente. Nel grande
sepolcro allestito nella chiesa di San Giuseppe la presenza del corpo di
Cristo impressiona e commuove la gente ivi accorsa per la veglia funebre. In
tutte le chiese del paese, nel frattempo, si coprono con drappi violacei le
statue dei santi, i lampadari, le suppellettili pregiate d'oro e d'argento. Si
espande da quelle chiese un'atmosfera plumbea. Anche nella graziosa cappella,
all'aperto, della chiesa del Carmine, predisposta al culto del calvario, si
addobba il sepolcro di Cristo con ciotole da cui sporgono, come zampilli di
preghiera, gialli steli di granaglie, fatte germogliare al buio.
A differenza che altrove, il sepolcro della cappella del Carmine non
immalinconisce: fa presentire il glorioso finale della Resurrezione. Già vi è
predisposto lo spazio per l'allocazione della statua di Cristo risorto. A tarda
sera l'aria si fa cupa al passaggio solitario di due banditori.
I due banditori percorrono le vie del paese e annunciano il prossimo
avverarsi del dramma della Passione con un breve suono di tromba cui fa seguito
un rullare frenetico di tamburo. "Quem quaeritis?".
Si preavvertono fremiti di commozione, ancestrali paure.
Quel suono di tromba,
mesto, pietoso, pare tradurre il disperato appello della Madre alla ricerca
angosciosa del Figlio.
Il rullare del tamburo
pare tradurre il palpito accelerato del suo cuore in tumulto.
A notte fonda, quasi di
nascosto, quattro confratelli della congrega di Santa Maria della Neve
asportano dalla chiesa di San Giuseppe il corpo di Cristo recuperandolo alla
loro chiesa.
La scena vien fuori da un istinto coreografico di popolo, rappresentando
per rapidi cenni quelle tante contese di un tempo, tra riti e cerimoniali
diversi, vissute intorno al culto del Crocifisso e delle sue sacre reliquie.
Nella prima mattina del
Venerdì Santo tornano a suonare quei due banditori.
Sembra che stavolta
annuncino l'uscita meravigliosa dei Misteri.
L'uscita dei Misteri
I Misteri, sistemati sui trattori, procedono per le vie
del paese, succedendosi secondo l'ordine di sequenza delle scene. Giganteggiano
su ali di folla. Ricevono dalle vibrazioni dei motori un fremito di movimento,
una carica di vitalità.
Simile effetto si aveva quando erano portati a spalla. Allora parevano
sussultare, risentendo di ogni dislivello di via e della variabile altezza dei
portatori.
Ciascuna tavolata vien fatta fermare nello slargo antistante la chiesa
del Loreto, di fronte al palco di un predicatore. Quivi ogni strepito di
motore finisce e, come d'incanto, i I\1isteri, animati dalla voce del
predicatore, intraprendono a recitare. E una recitazione gestuale e statuaria,
mirabilmente abbinata ad una fervorosa voce di predica.
La sequenza dei Misteri avviene con un ritmo scandito da pause. Ciascuna
tavolata espone una scena che, isolata, acquista l'efficacia di una scena
primaria, corrispondendo magnificamente alla riflessione e al commento del
predicatore.
La prima ad uscire è la
tavolata raffigurante la scena della "vendita".
Si coglie Giuda
nell'atto del tradimento, quando si dichiara disposto a consegnare il Maestro
ai sommi sacerdoti.
Nel dramma di Carbone è Caifa, il perfido sommo sacerdote a stabilire il prezzo
della vendita: "Secondo la legge di Mosè, uno schiavo vale trenta monete
d'argento, stimiamolo come schiavo e diamo il prezzo di trenta monete".
Il denaro rende ancor più spregevole il personaggio del traditore.
Segue la scena della seconda tavolata. Gesù indica alla Madre i segni
della Passione. Vi è un tono irreale di pacatezza. Gesù non si scompone di
fronte a quei tremendi segnali di sofferenza e di morte,
tutti raccolti nel significato simbolico della croce: la lancia che lo
colpirà al costato, la mano che lo schiaffeggerà, i chiodi e il martello della
crocifissione, la tenaglia e la scala per la deposizione, il calice amaro del
condannato. Un angelo presenzia, inavvertito, alla scena. La terza tavolata
rappresenta la scena della lavanda dei piedi. Gesù s'inginocchia davanti ai
discepoli e s'appresta umilmente a lavare loro i piedi, a cominciare da Pietro.
Intanto predice
l'imminente abbandono degli apostoli e il rinnegamento di Pietro che accenna
ad un gesto di obiezione.
Di fronte alla tensione
nervosa dei discepoli manifestata da una agitazione di braccia, da una tensione
di corpi, si distende, placida e rasserenatrice, la possente figura del
Maestro.
Con la quarta tavolata si rappresenta la scena dell'ultima cena. Gesù
primeggia sul gruppo dei discepoli. Allarga le braccia, come nell'atto di
celebrare un rito ed esclama solenne: "Uno di voi mi tradirà". I
discepoli protestano con un agitare di mani. Giuda è colpito nel cuore. Non
regge allo sguardo del Maestro. Con una mano nasconde, vergognoso, il danaro
offertogli in cambio del suo tradimento. Alla tavolata si sovrappone una tavola
vera, imbandita, con pagnotte di pane e bottiglie di vino.
La quinta tavolata rappresenta Gesù assorto in preghiera nell'orto degli
ulivi. Soffre il grave momento della solitudine, messa in risalto dal
confronto con la quieta spensieratezza degli apostoli dormienti. A Gesù,
immerso nella intensa solitudine della preghiera, appare, tra il fogliame, un
angelo che gli mostra il calice amaro.
Nel dramma di Carbone alla preghiera di un Cristo angosciato e
tutt'umano fa da sfondo corale e contrappunto comico il gruppo sonnacchioso
degli apostoli. L'azzurro livido di una notte lunare rende al paesaggio
dell'orto degli ulivi una tonalità sacra, tremenda, da brivido e fa da sfondo
alla disperata preghiera di Cristo.
Per Gesù la cattura avviene come una liberazione. Si attua finalmente
la volontà del Padre. Ogni tremore, ogni turbamento dell'anima è rimosso. Il
tradimento si consuma con un gesto d'affetto, con l'abbraccio e il bacio del
traditore.
Le braccia di Giuda sembrano legacci simili a quelli che tendono i
soldati intenti, nel legare Gesù, ad eseguire gli ordini, senza emozioni,
senza pietà.
Nella resa teatrale le
fiaccole gettano sul traditore guizzi di luce fosca.
È la scena della sesta
tavolata.
Segue la settima tavolata: Gesù, portato innanzi al sommo sacerdote
Anna, viene schiaffeggiato da un servo di nome Marco. Nel frattempo Pietro,
nel cortile del palazzo, rinnega ancora una volta Cristo.
Puntuale, secondo la predizione del Maestro, !'imbeccata del gallo.
Pietro, fedele discepolo di Gesù, è anche capace di qualche gesto di
debolezza che lo rende ancor più simpatico e umano.
Nel lavoro di Carbone, Pietro è un personaggio capace di alleggerire la
tensione del dramma, portandovi anche note di comicità. Anche Pietro si strugge
nel pentimento, ma il pentimento di Pietro al confronto con quello di Giuda è
un pentimento che commuove, si fa preghiera e merita l'applauso.
Gesù è condotto innanzi a Caifa che lo interroga: "Sei tu il Messia?".
"Tu l'hai detto", risponde conciso Gesù suscitando la collera del
sommo sacerdote che reagisce strappandosi con rabbia le vesti. La scena è
rappresentata nella nona tavolata.
_el dramma di Carbone è Caifa l'accanito persecutore di Gesù.
E Caifa ad ordire, con la complicità di Anna, la trama per eliminare
Gesù, convinto che Gesù, con il suo seguito sempre più numeroso di fedeli,
avrebbe potuto intaccare il potere e le prerogative del Sinedrio.
Caifa appare come un personaggio maestoso, superbo di sfarzo e di
arroganza, rappresentante esemplare di una religione tutta imbalsamata nella
forma, praticata da scribi e farisei, puntellata dalla forza del potere ed essa
stessa strumento di potere. La figura di Caifa, così tratteggiata, serve a far
risaltare, per forza di contrasto, la figura mite, eppure fascinosa e
carismatica, di Gesù Cristo.
La condanna decisa dai sommi sacerdoti deve essere ratificata dal
governo di Roma.
E Gesù viene portato innanzi a Pilato. La scena della decima tavolata
evidenzia l'incredulità di Pilato. Chi gli è di fronte, mansueto come un
agnello sacrificale, non può essere un malfattore e Pilato non se la sente di
giudicarlo. Cerca una via d'uscita e la trova: è una questione che riguarda i
Giudei. Se la sbrighino tra loro!
E rimette Gesù al giudizio di Erode, re dei Giudei. Ma anche Erode
prende le distanze da Gesù. Nella scena della undicesima tavolata lo si vede
chiaramente mentre esamina beffardo e infastidito Gesù, al quale è stato fatto
indossare il camice bianco dei pazzi. Ma quel camice isola in una luce di
candore la figura del Cristo e la distingue da quella dei suoi carnefici.
La decisione spetta a Pilato. Convinto della innocenza di Gesù, prende
tempo e lascia che si proceda alla sua flagellazione. La pena della
crocifissione, la più disonorante, era a quell'epoca riservata ai ladroni, ai
parricidi, ai colpevoli di alto tradimento e doveva iniziare con la
flagellazione. Pilato spera che nel frattempo gli animi si plachino. Con la
dodicesima tavolata si rappresenta la scena di Gesù che si lascia disporre alla
flagellazione dai soldati.
Con la successiva tavolata è in scena il tema della "incoronazione
di spine". Il supplizio continua. Gesù è esposto alla gogna.
I soldati sospinti da una folla incattivita e ridanciana conficcano sul
capo di Gesù una corona di spine. Pilato lascia fare. Persegue un suo preciso disegno.
Vuole presentare Gesù in uno stato compassionevole per impietosire la folla e
indurla ad una richiesta di liberazione. "Ecce homo" esclama.
Nella versione teatrale si riproduce la scena della tavolata: Gesù si
presenta "pallidissimo" affacciato alla balaustra, esposto alla
folla. "Ha sempre i polsi legati, un corto manto scarlatto gli scende
sulle spalle; sul capo una corona di spine. La fronte è imperlata di gocce di
sangue, nella destra una breve canna".
Nel dramma di Carbone, Pilato appare un personaggio tormentato dalla sua
coscienza. Crede nell'innocenza di Gesù ma non se la sente di resistere alle
pressioni dei sacerdoti e della folla inferocita che grida: "Morte al
Nazareno".
Con le tavolate successive si sposta lo scenario lungo il percorso della
Via Crucis.
Si vede Cristo che porta la croce. Ancora s'avverte una presenza di
folla, pressante Gesù sulla via del martirio. Al confronto, i soldati sembrano
far da accompagnatori, da ubbidienti esecutori di ordini. Nella
rappresentazione teatrale la scena è caricata di tensione. Durante il
percorso" di tanto in tanto si sentono in lontananza suoni di tromba e di
tamburo, mormorio di popolo e grida: 'Al Golgota! Al Golgota!"'.
Con la quindicesima tavolata si vede Gesù che, portando la croce sulla
via del Calvario, incontra sua madre, Maria. La madre vorrebbe trattenerlo, ma
Gesù con un gesto la rassicura e se ne distacca.
È poi la Veronica a venirgli incontro per asciugargli pietosamente il
volto insanguinato con un panno che ne riflette, come uno specchio
fotografico, l'immagine. Viene così fissata l'immagine di Cristo sofferente e
paziente, consegnata alla memoria iconografica della cristianità.
La Via Crucis è un
crescendo di emozioni.
Lungo il percorso, Gesù,
spossato dalla fatica, cade sotto la croce. La scena è rappresentata nella
diciottesima tavolata.
La diciassettesima tavolata inscena l'impiccagione di Giuda. Giuda,
oppresso dal rimorso, vuole sfuggire alla vita divenuta per lui insopportabile.
Ha deciso la sua condanna: la morte per impiccagione. La pena dell'impiccagione
corrispondeva per certi aspetti a quella della crocifissione. Il condannato
veniva appeso ad un albero arbor infelix, infelix
lignum - avente i rami disposti a
croce.
Ma l'impiccagione smorfiava la faccia del condannato che poteva pur dopo
la morte suscitare impulsi di repulsione e di disprezzo. La crocifissione,
mascherando di dolore il volto del condannato, facendogli sgorgare sangue dal
corpo martoriato di piaghe, riusciva ad evocare immagini di espiazione, di
sacrificio e a suscitare sentimenti di commozione e di pietà.
Giuda e Gesù assumono,
nel dramma, i ruoli antitetici del Male spregevole imperdonabile e del Bene
commovente e divino.
Con la diciannovesima
tavolata si rappresenta il momento della "spogliazione". Gesù,
umiliato è stretto tra i due soldati che sembrano piuttosto interessati a
contendersi la sua tunica.
La ventesima tavolata
rappresenta la scena della crocifissione. Omogenea alle tavolate della flagellazione
e della incoronazione di spine. Evoca una epoca fosca di supplizi, di tormenti,
di spettacoli patibolari.
L'azione dei due
soldati è in corso.
Il primo soldato ha già
inchiodato la mano destra ad una ala di croce e s'appresta ad inchiodare i piedi,
disposti l'uno sull'altro, cadenzando i colpi di martello con freddezza di
mestiere.
L'altro soldato opera con i legacci, pronto a stendere la mano sinistra
di Cristo per inchiodarla. L'atroce sofferenza di Cristo è palesata dagli
occhi sporgenti, cerchiati di livido. Ma il suo sguardo continua ad esprimere
una rassegnazione dolce e paziente ai voleri del Dio-Padre.
Di fronte alla scena della crocifissione si commuove l'istinto popolare
che s'affida alle parole di Iacopone per imprecare e invocare il pianto della
Madonna, l'intervento pietoso di una madre fino ad allora irrigidita nella sua
celestiale imperturbabilità.
"Donna del Paradiso / lo tuo figliolo è priso Jesù Cristo beato /
Donna la man li è presa / e nella croce è stesa / con un bollon l'on fesa /
tanto lo ci ò ficcato / l'altra mano se prende / e nella croce se stende / e lo
dolor s'accende / ch'è più moltiplicato / Donna, li piè se prenno / e
chiavéllanse allenno / onne iontùra aprenno, tutto l'ò sdenodato".
Nella ventunesima tavolata Gesù è sulla croce. A vegliare durante la sua
agonia, è Maria di Magdala. Ad un tratto inchina il capo e muore. Un soldato ne
accerta la morte trafiggendogli il costato con la punta ferrata della lancia.
L'intero corpo illividito s'appiattisce scarnificato sulla croce. E la croce
sublimata dal corpo di Cristo si tramuta, innalzata verso il Cielo, in segnale
di redenzione e di vittoria.
La ventiduesima tavolata rappresenta la scena della deposizione. Con la
tenaglia si schioda il corpo di Cristo che viene calato giù dalla croce con un
lenzuolo.
La Madonna è là, sotto la croce. Quando ha raggiunto il figlio sul
Calvario, lo ha trovato morente. A confortarla è Maria di Magdala. La Madonna
ora piange, disperata, la morte del figlio. Non è più la Madonna di prima,
imperturbabile e fiduciosa "donna del Paradiso". Le due scale
disposte ai lati della croce racchiudono, a quadro, il pianto di Maria con un
effetto scenico da teatro.
Il lenzuolo che avvolge il corpo di Cristo acquietato dalla morte, cala
giù lentamente, simile ad un tendaggio di sipario.
La processione di Gesù morto e della
Madonna Addolorata
Terminata la recitazione, i Misteri si dispongono lungo la via del
l'Arenella.
Là aspettano, fermi e taciturni, l'arrivo in processione di Cristo morto
e della Madonna Addolorata dovendo rappresentare, tutti insieme, uno sfondo di
immagini, una sintesi corale della storia esemplare di Cristo.
Dalla chiesa madre si diparte il flusso dei fedeli. Escono per primi i
confratelli delle congreghe, in duplice fila, a far da guida e da scorta al
pellegrinaggio funebre.
Quando esce la statua di Gesù morto, steso nudo e piagato sul sudario,
s'intona una musica mesta. La gente s'inginocchia, piegata dalla commozione.
Dietro, velate di nero le "Immacolatine", bambine vestite allo
stesso modo dell'Addolorata, tenero pulviscolo di lutto e di dolore.
La Madonna procede, con il volto imperlato di lacrime, barcollando sul
portantino regale, così manifestando singhiozzi di pianto, sussulti di dolore;
un dolore grande quanto quello di un cuore trafitto da sette spade, quanto può
essere grande quello di una madre per la morte del figlio.
All'Arenella, di pomeriggio, un altro oratore replica i temi della
Passione, passando nuovamente in rassegna le tavolate dei Misteri che, di volta
in volta, fanno ritorno nello stanzone della chiesa della Madonna della Neve.
I Misteri rientrati nello stanzone della chiesa, se ne stanno ammucchiati,
secondo esigenze di spazio, senza l'obbligo di rispettare l'ordine di sequenza
delle scene.
Si irrigidiscono, siccome in letargo, per riprendere nuova vita nella
successiva ricorrenza di Pasqua. Nella cappella del Carmine compare la statua
di Cristo risorto.
L'impianto originario delle tradizioni di Pasqua a Lapio non ha
resistito alla corsa di un mondo in fuga verso il futuro, sostituito in parte
da cerimonie più adeguate ai nuovi tempi, più essenziali. Ma rimangono i
Misteri, fissati sulle loro tavolate, a trattenere quell'eco di voci lontane,
degli antichi riti, delle antiche scene "spettacolose".
E continuano a raccontarci con il linguaggio semplice, schietto e
primigenio dei gesti la sempiterna vicenda della Passione di Cristo.