IL PAPA E LA GUERRA: LE IDEE “GUELFE” DI MONSIGNOR CARBONE
di Fiorenzo Iannino
Nell’estatedel 1914, scoppiata la Prima Guerra Mondiale, il mondo politico italiano e straniero volse lo sguardo al Vaticano, con speranza o con disprezzo, chiedendosi cosa avrebbe fatto il papa di fronte ad un contesto così grave ed imprevedibile nelle conseguenze. La situazione era inedita: quella era la prima guerra continentale che si verificava da quando la Santa Sede, non più indipendente dal 1870, aveva acquisito l’immunità diplomatica prevista dalla cosiddetta legge delle Guarentigie, che difatto concedeva al Vaticano un’assoluta libertà di manovra nei rapporti internazionali. Nelle variegate fila del liberalismo italiano c’era chi temeva un utilizzo in chiave antitaliana delle prerogative papali, accusando lo stesso Benedetto XV (succeduto a Pio X il 31 agosto 1914) di propendere per la cattolicissima monarchia asburgica. Le polemiche ebbero un’eco nel patto di Londra, col quale il governo italiano s’impegnò ad entrare in guerra: su precisa ed insistente richiesta di Sonnino, il Vaticano fu escluso dallefuture trattative di pace.
E così, proprio nella “radiosa” primavera del 1915 l’erudito teologo irpino monsignor Cesare Carbone diede alle stampe il volume “Le contese internazionali nel diritto cristiano”, col dichiarato scopo di contrastare i nemici del pontefice, sinceramente impegnato a difendere la neutralità vaticana rispetto agli stati contendenti e a perseguire una onesta quanto inutile strategia di pace: “ A tutti è noto- leggiamo in una pagina significativa del testo- come dal principio delle ostilità [Benedetto XV] non si è lasciato mai sfuggire alcuna occasione, per esprimere i suoi ardenti voti per la pace, e per chiamare a raccolta tutte le buone volontà, perché riuniscano i loro sforzi concordi ad affrettare la fine del presente immane conflitto, il più spaventoso che abbia mai straziato l’animo umano”.
La chiesa e il diritto internazionale
Il libro del prelato, come appare chiaramente dal primo capitolo scritto “a proposito di certa stampa”,era stato concepito principalmente per controbattere le tesi dei numerosi liberali anticlericali che stavano riprendendo fiato in quei mesi. Carbone pose sotto accusa soprattutto il modernista Guglielmo Quadrotta che, nel suo “Il Papa, l’Italia e la guerra”, aveva proposto l’abolizione della tanto discussa libertà diplomatica goduta dal pontefice e l’espulsione da Roma di tutti gli ecclesiastici di curia di nazionalità ostile: “secondo le sue solitarie intuizioni e sinistri prognostici- annotò polemicamente il prelato- Benedetto XV, a sentirlo, nella sua prima Enciclica, ‘Ad Beatissimi’,ha chiamato il Cattolicismo di tutte le nazioni del mondo alla riscossa contro la nostra patria […] Conseguentemente il nuovo Papa, sempre secondo il noto pubblicista, matura il progetto di far piovere sopra l’Italia l’ira di Dio […]”. Invece, sostenne con appassionata veemenza monsignor Carbone, “qualunque sia l’interpretazione che alcuni si ostinano a darle, l’azione del S. Padre continua a svolgersi, assidua e tenace, affine di conchiudere, fra le nazioni in guerra, quella sospirata pacificazione, che è poi lamissione principale del Papato nel mondo[...] Qual maraviglia che oggi si rinnovano le accuse ed i sospetti, mentre il S. Padre non si occupa, che di alleviare le terribili conseguenze di una guerra unica al mondo, e di tentare la conclusione della pace in questo periodo pieno di tante ansie e minaccioso di tante rovine?”.
Il prelato irpino volle dimostrare che il papato doveva mantenere le proprie prerogative diplomatiche. Di più, “per sua natura e missione”, gli spettava un ruolo di guida assoluta nel diritto internazionale. Un ruolo a suo dire sempre meno riconosciuto da quando la società civile aveva “divorziato” dalla religione: “da Emanuele Kant sino ai nostri giorni è stato un continuo rimpastar la stessa idea, ma sempre col medesimo insuccesso”. Le sue teorie politiche erano rivolte al passato e non era una novità: il modello statuale ideale monsignore lo aveva celebrato quattro anni prima neltrattato “L’Editto Di Milano da chi e perché?”, allorché aveva polemizzato con i “superuomini delle lettere, delle scienze, della politica e del settarismo”che avevano contestato le celebrazioni costantinianepromosse dal Vaticano. Insomma, per monsignore si doveva tornare all’antico primato della Chiesa: “L’arbitrato civile del Papato non ha radici sulla terra, sebbene sulla terra spanda i suoi benefici effetti. La sua sorgente è in alto, nel cielo; e i popoli, disconoscendolo o trascurandolo, vengono meno ad un sacro dovere, e si rendono rei di infrazione di un invidiabile diritto […] ma se vogliamo tutto risolvere al bene, e tutto sciogliere ai sensi di giustizia, e a tenore di pace e felicità, il mezzo è uno solo, uno solo l’espediente facile, sicuro, pronto, imparziale: l’arbitrato civile, mondiale del Pontefice di Roma”. E così, la salvezza dell’Italia andava ricercata in quel Guelfismo che tanto l’aveva vivificata in età medievale: “inteso così rettamente, come la realtà dei fatti ce lo presenta, potrebbe esserci sentimento più nobile insieme e più bello del Guelfismo, che brucia il suo incenso sugli altari della religione e della patria, e milita santamente per i grandi ideali della libertà e della gloria della Chiesa e dello Stato? […] perciò c’è da fare un augurio, che ritorni nella mente e nella coscienza dei popoli il sentimento del Guelfismo vero. La stella della civiltà e del progresso è destinata dalla Provvidenza a splendere nella rocca del Vaticano”.
Il Nobel? Al papa
Uniformandosi alle intenzioni del papa, monsignor Carbone sperava ancora nella permanente neutralitàdell’Italia, anche se era ben conscio che ormai gli avvenimenti stavano precipitando in ben altra direzione ( il libro, lo ricordiamo ancora, uscì quasi contestualmente alla dichiarazione di guerra all’Austria): “al sanguinoso conflitto, che spegne tante vite e accumula tante rovine in tutta Europa, si resta estranea l’Italia, almeno sino al tempo in cui scriviamo, mentre pure smaniosa la stampa e gran parte della pubblica opinione, tratto tratto e in comizii e tentativi di sommosse, ha accennato a velleità di guerra e a desiderio di conquista”. Intanto, il prelato osservò che, se l’Italia si era sino ad allora mantenuta lontana dal conflitto, lo sidoveva solo alla sacra figuradel pontefice: “è sempre il Papa, il grande amico e protettore dell’Italia, che, inscii o nolenti i reggitori di essa, le procacciò per alcun tempo si inestimabile beneficio di rimanersi tranquilla spettatrice della raffica furiosa, che sconvolge tanti altri regni”.Ma il papa, aggiunse, non guardava soltanto alla diletta Italia. Sin dalla sua elezione si era battuto e si batteva ancora con tutte le energie per la pace universale. Per questo, il prelato sostenne che l’umanità gli doveva essere riconoscente anche con atti formali: “oh! Sentiamo il dovere di giudicare, e il bisogno di asserire, che se il premio Nobel per la pace dovrà essere, anche quest’anno, assegnato a chi della pace, nel presente periodo di odii accaniti e di lotte fratricide, si rese benemerito e si fece apostolo, senza dubbio il personaggio destinato a raccoglierlo dovrà essere il Pontefice. Non mai assegnazione più degna del premio per la pace sarebbe fatta, perché non mai fu visto alcuno armarsi di tanta costanza nel domandarla, e adoperare tanti mezzi nel procurarla, quanto l’augusta persona del Papa”. Purtroppo, il premio Nobel non fu assegnatoed anchel’esercito italiano fini nell’inferno delletrinceeper più di tre lunghissimi, tragici anni.
Nella guerra, i cattolici si distinsero per valore e patriottismo, come aveva previsto anche monsignor Carbone nel respingere le accuse di antitalianità ad essi rivolte: “in questi ultimi mesi, molti autorevoli cattolici militanti, conosciuti per la loro disciplina alla S. Sede, han dichiarato, che se mai l’Italia parteciperà alla guerra europea, i cattolici sapranno fare il proprio dovere di cittadini e di soldati”.
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EGREGIO TEOLOGOED ORATORE SACRO
Nel 1915, monsignor Cesare Carbone (nato a Lapio il 24 novembre 1866e morto nello stesso paese il 13 marzo 1942) era prefetto degli studi e professore nel seminario regionale di Montefiascone. La sua carriera ecclesiastica e accademicaera al culmine. Nel 1909 aveva acquisito una notevole notorietà pubblicando, inpiena battaglia antimodernista, il “De modernistarum doctrinis”, “trattato filosofico-telogico per il clero e le scuole”, significativamente dedicato a Pio X, che peraltro espresse il suo gradimento attraverso il potente cardinale segretario di stato Merry de Val. Dell’opera, che ebbe eco internazionale, “La civiltà cattolica”apprezzò soprattutto“lasincera adesione alle rette dottrine e la buona conoscenza della sana filosofia in specie, espresse con chiarezza e semplicità di dettato”. Tra i tanti scritti di natura teologico-filosofica vanno ricordati soprattutto i sei volumi del “Circulus philosophicus seu obiectionum cumulata collectio iuxta methodum scholasticum” (logica, ontologia, cosmologia, psicologia, teodicea, etica), dati alle stampe tra il 1933 e il 1939, quando si era ormai ritirato a reggere la parrocchia del paese d’origine.
Fu anche ricercato oratore. Il suo più noto discorso, “Lacrime e preci per le vittime dell’immane disastro calabro-siculo”, lo tenne nella cattedrale di Sant’Agata dei Gotiil 22 gennaio 1909, mentre era vicario della diocesi. In quella occasione, elogiò il grande slancio di solidarietà internazionalerivolto alle distrutte città di Messina e Reggio Calabria: “è tutto il mondo, che palpita, come un’anima sola, per la tremenda sventura italiana; ed i russi come gl’inglesi, gli americani come i tedeschi, i francesi come gli spagnuoli, sanciscono il patto della carità”. Naturalmente, da uomo di chiesa, ricordò che non bastava il solo soccorso materiale: “ma che vale offrir dieci, cento milioni, se la mano che dà è fredda, e il gesto è imitativo di altri che offrono, e se, forse talora, l’agitarsi dei comitati assume l’aria di uno sport, ove tutto è, fuorché il sentimento vero che viene dallo spirito della civiltà cattolica, che è civiltà fondata dal Nazareno?”.